Storie dall’Inferno: il Diavolo venuto dal Nord e l’anatema contro il Grifone

by Andrea Fabris | 15 ottobre 2018

Oggi, noi di Oracolorn.it inauguriamo la nostra nuova rubrica “Storie dall’inferno“, con cui cercheremo di narrarvi la storia del nostro amato Milan attraverso episodi e figure di spicco particolari. Il nostro appuntamento sarà settimanale e, per questa prima stagione, proveremo a narrarvi le origini del club rossonero, meno conosciute ai più. Buona lettura!

La tomba di Herbert Kilpin, al loculo numero 162 del Cimitero Monumentale di Milano.

Per andare alle origini del club più titolato al mondo, bisognerebbe fare una visita al Cimitero Monumentale di Milano, galleria BC, levante inferiore, reparto 15, cella 162. Qui, giace la salma di Herbert Kilpin, un signorotto inglese dal carattere iroso e amante del whisky, riconoscibile soprattutto per i baffetti e il cappellino a tinte rossonere. I più lo conoscono quasi esclusivamente per questa frase: “Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo nel cuore degli avversari!” Ma chi era Helbert Kilpin?

Herbert Kilpin (1870-1916)

Figlio di un macellaio di Nottingham, città del West Midlands, Kilpin crebbe in una famiglia di 10 figli e, fin da subito, ebbe l’Italia nel destino: infatti, a 13 anni iniziò a giocare a calcio in un club della zona intitolato niente poco di meno che al nostro Giuseppe Garibaldi. Nella regione, vi sono oltre trecento squadre di football, alcune delle quali si contendono l’Half-a-Crown Ground, il campo dove gioca anche il Garibaldi. Infatti, il Comune affitta suddetto terreno ogni weekend alle società che vogliono disputare le loro partite, al prezzo, appunto, di mezza corona. Lo spazio è talmente vasto che, a volte, si arrivava a disputare addirittura 20 partite contemporaneamente. Finiti gli studi, iniziò a lavorare in una fabbrica tessile mentre, in contemporanea, si cimentava sui campi di calcio con le squadre locali, dove giocava come centrale di difesa e centrocampista.

L’arrivo in Italia

Nel 1891, però, compie il grande salto: convinto dal commerciante tessile italo-svizzero Edoardo Bosio, suo compagno tra le file del Notts Olympic, Kilpin si trasferisce in Italia, a Torino, dove insegna ai colleghi l’utilizzo dei nuovi telai britannici e contribuisce alla fondazione dell’Internazionale Torino, una delle prime squadre di calcio del nostro Paese, alla cui presidenza vi era il Duca degli Abruzzi, Luigi Amedeo di Savoia-Aosta. Il giovane britannico rimane molto scosso dal livello calcistico del nostro Paese. Infatti, racconterà: “Prima di tutto, non c’era l’ombra di un arbitro. In secondo luogo, man mano che la partita s’inoltrava, la squadra italiana avversaria andava sempre più ingrossandosi. Ogni tanto, uno del pubblico, entusiasmato, entrava in giuoco, sicché ci trovammo presto a lottare contro una compagine formata da almeno venti giocatori.” Qui, prende parte alle prime due edizioni del Campionato italiano, perdendo in entrambi i casi in finale contro il Genoa.

“E’ l’ultima volta che vincete! Mi trasferisco a Milano per lavoro, e lì formerò una squadra di veri Diavoli che vi darà parecchio filo da torcere!”

Al termine della seconda finale, il buon Helbert, che aveva da poco deciso di trasferirsi a Milano per motivi professionali, lanciò un vero e proprio anatema contro il presidente e calciatore del club ligure, Edoardo Pasteur: “E’ l’ultima volta che vincete! Mi trasferisco a Milano per lavoro e, lì, formerò una squadra di veri Diavoli che vi darà parecchio filo da torcere!”

Alfred Edwards (1850-1923): primo presidente del Milan.

Assunto in un’azienda tessile del capoluogo lombardo, fa amicizia con Samuel Richard Davies, con il quale inizia a frequentare l’American Bar. Le gesta sportive di Kilpin, però, lo precedono: infatti, i tre proprietari dell’azienda tessile che lo ha assunto, Antonio Dubini, Giulio Cederna e Guido Valerio, progettano da qualche anno di fondare una squadra di calcio, e puntano su di lui per realizzare il progetto. Inoltre, a Milano tale sport era già popolare, poiché vi era già una squadra di football, la Medionalum, fondata dalla Federazione di Ginnastica  che, tuttavia, a causa di problemi finanziari, non è in grado di iscriversi ai campionati.  Così, all’Hotel du Nord e des Anglais – l’odierno Hotel Principe di Savoia, in Piazza della Repubblica –  insieme anche al vice console di Milano Alfred Edwards, grande appassionato di cricket, e ai fratelli Pirelli, figli del proprietario dell’azienda di gomme, il 13 dicembre 1899, Kilpin fonda il Milan Footbal and Cricket Club. L’entusiasmo è alle stelle: Edwards diventa presidente e la squadra gioca al Trotter, un campo vicino alla stazione Centrale, segnato con righe di gesso e porte di legno molto rudimentali. La prima divisa del club è una camicia a strisce rossonere, pantaloni bianchi, calzettoni rossi e un cappello a righe, come tocco di eleganza. La società presenta una squadra di calcio ed una di cricket, anche se, la seconda, ha vita breve: infatti, verrà abolita fra il 1906 e il 1907.

La notizia venne così celebrata da La Gazzetta dello Sport: “Finalmente! Dopo tanti tentativi infruttuosi, finalmente anche la sportiva Milano avrà una società pel giuoco del football. Per ora sebbene non ci si possa dilungare d’avvantaggio, possiamo però di già accertare che i soci toccano la cinquantina e che le domande di ammissione sono copiosissime. Lo scopo di questa nuova società sportiva è quello nobilissimo di formare una squadra milanese per concorrere alla Coppa Italiana della prossima primavera. All’uopo, la presidenza ha già fatto pratiche ed ottenuto per gli allenamenti il vasto locale del Trotter. (…) La nuova società avverte che chiunque desideri imparare il football non avrà che a recarsi al Trotter nei giorni stabiliti e troverà istruttori e compagni di giuoco”.

La prima dirigenza societaria era così composta:
– Alfred Edwards, vice-console britannico a Milano, presidente;
– Edward Nathan Berra, vice-presidente, capitano della squadra di cricket;
– David Allison, capitano della squadra di football;
– Samuel Richard Davies, segretario.
Consiglieri: Barnett, Saint John e Piero Pirelli (che sarà poi per un ventennio presidente della società).
Soci fondatori: Angeloni, Camperio, Dubini, Valerio ed Herbert Kilpin che, con molta modestia, aveva lasciato i gradi di capitano ad Allison, più anziano di lui.

Venne stilato anche uno statuto societario che recita così: “I sottoscritti soci, che appongono la firma per l’impegno che si assumono, dichiarano di fondare una Società Sportiva che prende la denominazione di MILAN CRICKET AND FOOTBALL CLUB, con lo scopo di diffondere il gioco del football e di praticare il cricket nella misura più ampia possibile”.

La Fiaschetteria Toscana in via Berchet 1, la prima sede del club rossonero.

La prima sede societaria sarà la Fiaschetteria Toscana di via Berchet 1, all’angolo con via Foscolo, di fianco alla Galleria Vittorio Emanuele. La prima partita ufficiale si disputa l’11 marzo del 1900, contro la Mediolanum e mette in palio la prestigiosa Medaglia del Re. I Rossoneri si impongono per 2-0. Kilpin diventa dirigente, calciatore e allenatore del club, vincendo un’altra Medaglia del Re e 3 Campionati (1901, 1906 e 1907) – riuscendo anche a battere il Genoa in finale – presentandosi come uno dei più grandi promotori di calcio nel nostro Paese.

Un amore sconfinato per calcio e un carattere irascibile

Secondo la leggenda, l’amore di Kilpin per il calcio era tale che, all’indomani del suo matrimonio, lasciò la moglie a casa da sola per andare a Genova, giocare per una rappresentativa di calciatori di Milan e Genoa: “Mi arriva a casa un telegramma che mi invita a far parte della rappresentativa italiana che a Genova deve giocare con il Grasshoppers di Zurigo. Mia moglie, naturalmente, non voleva lasciarmi partire. Ma le ricordai che se non mi permetteva di continuare a giuocare non mi sarei sposato. In quel match, presi sul naso un tremendo calcio: ritornai da mia moglie con il viso irriconoscibile…”

Herbert Kilpin nel 1907 in azione contro il Torino.

Fra i precursori della finta nel dribbling, Kilpin è famoso anche per il suo carattere iracondo durante le partite. Ad esempio, durante una gara, quando un ragazzino della sua squadra lo beffa calciando una punizione al suo posto, lo rincorre per tutto il campo, rifilandogli, poi, un bel calcio nel sedere. Detto per inciso, “quel ragazzino”, sarà Renzo De Vecchi, il Figlio di Dio, una delle prime Leggende del nostro calcio.

 

Un eroe troppo presto e troppo a lungo dimenticato

Kilpin chiuderà la sua esperienza in rossonero nel 1907, a 38 anni – lasciando anche il posto da allenatore – dopo 23 presenze e 7 reti.  Ad indurlo a ciò, contribuì anche il forte ostracismo, che stava maturando in quegli anni, da parte della Federazione nei confronti degli stranieri. Al suo addio, anche sarà l’unico inglese rimasto in squadra e, anche il suo Milan, non sarà più lo stesso delle origini, quello che giocava al Trotter; infatti, il club si è trasferito al campo di Acquabella, il campo di Viale Indipendenza. Morirà a soli 46 anni, nel 1916, probabilmente a causa dei danni dell’alcool.

Tre giorni dopo la sua morte, la Federazione Italiana del Football emette un comunicato: “Alla Memoria del signor Herbert Kilpin, maestro esemplare di tanti nostri Campioni, deceduto il 22 corrente, il Consiglio invia un deferente saluto, mentre presenta vive condoglianze al Milan Club, che ebbe la fortuna di averlo a fondatore, maestro e valido giocatore.”

All’epoca, fu seppellito nel Cimitero Maggiore di Milano, in una fossa dedicata ai “non-cattolici”. Le sue ossa, recuperate nel 1928 da alcuni tifosi rossoneri, furono poi spostate in una celletta del cimitero, dove rimasero dimenticare fino al 1998, quando lo storico e tifoso rossonero Luigi La Rocca le riesumò e, grazie anche all’interesse del club, riuscì a farle spostare nella loro attuale locazione.

 

Andrea Fabris (@andreafabris96)

 

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