Storie dall’Inferno: Il Figlio di Dio e Il Pallido Saettante, due fuoriclasse senza gloria

by Andrea Fabris | 19 novembre 2018

Nella scorsa puntata di Storie dall’Inferno, abbiamo affrontato il tema della scissione nerazzurra e gli anni bui antecedenti alla Prima Guerra Mondiale. Protagonisti di quegli anni rossoneri, però, sono due fuoriclasse che, purtroppo, non sono riusciti ad alzare alcuni trofeo con la nostra maglia ma che, tuttavia, rimarranno per sempre nella storia del club.

Renzo De Vecchi (1894-1967)

In questo contesto di proteste e disaccordi fra squadre e Federazione e formule per lo svolgimento dei campionati in continua evoluzione, come abbiamo già visto la scorsa settimana, si assistette al debutto di uno dei primi fuoriclasse che la storia del pallone celebri. Classe 1894, di origini milanesi, un fisico non eccezionale, fu spinto a giocare dal padre, tifoso della compagine rossonera. Cresciuto sotto l’ala protettrice di Herbert Kilpin, nel 1909-1910 esordisce in una gara di campionato contro l’Ausonia. In un’epoca in cui il calcio comincia a diffondersi e a diventare molto popolare e la gente comincia ad affezionarsi ai calciatori, Renzo De Vecchi diventa l’idolo dei tifosi rossoneri, che gli riconoscono la fedeltà alla maglia e alla causa in un’epoca difficile, a seguito della scissione nerazzurra. Viene descritto come un difensore completo, eccellente negli anticipi e nei contrasti, e con ottime capacità di spinta sulla fascia. Fu proprio per le sue immense qualità, legate alla giovanissima età, che i tifosi gli attribuirono un soprannome rimasto a lui legato per tutto il corso della carriera: il Figlio di Dio. Infatti, Renzo “el giugà a la bala” così bene che sembra un essere soprannaturale. Tuttavia, il Milan di quegli anni non è uno dei migliori, e De Vecchi non riesce ad alzare molti trofei. Renzo resterà al Milan fino al 1913, per poi trasferirsi al Genoa, dove militerà fino al ritiro, nel 1930. Quell’estate, a Vercelli hanno già pronto un assegno in bianco per convincerlo a giocare con la Pro, ma sarà il Grifone, per mezzo della Comit, banca commerciale cittadina, ad ingaggiarlo nel 1913, offrendogli uno stipendio da record per l’epoca, grazie soprattutto alla mediazione del presidente George Davidson. Con il Genoa, vincerà tre campionati. Rimarrà nei “grifoni” fino al ritiro, avvenuto nel 1929, dopo 14 stagioni e 3 scudetti conquistati. A soli 16 anni, esordirà anche in Nazionale, con cui parteciperà alle Olimpiadi del 1920, del 1924 e del 1928. In rossonero, conta 64 presenze e 7 reti. Nell’opera di Luigi Cecchini,Le grandi del calcio italiano – Milan” , De Vecchi viene così decantato: “Tanto entusiasmante era il suo gioco, tale era la sua olimpica calma che si meritò l’appellativo Figlio di Dio. Veramente si tratta di una traduzione in italiano dell’entusiastico <<Te set el fieu del Signur>>  lanciato da Gigetto Bonfiglio, capo riconosciuto e temuto di una sorta di squadra del pestaggio rossonera, anticipazione di certi clubs calcistici di tifosi dei giorni nostri […]. Un cronista che aveva colto la frase di Bonfiglio la riferì nel suo giornale e Renzo De Vecchi fu per sempre ‘il figlio di Dio’ non solo in Italia.”

Louis Van Hege (1889-1975)

Louis Van Hege, ancora oggi, occupa la posizione numero 11 fra i migliori bomber rossoneri di tutti i tempi. Il belga, prima ancora di venire in Italia, era già una stella internazionale, grazie alle sue prestazioni e ai suoi successi con la maglia del Royale Union St. Gilloise, la squadra di Saint-Gilles, nei pressi di Burxelles. Dopo aver rubato il cuore del presidente Piero Pirelli, che fa di tutto per averlo in rossonero, Van Hege sbarca a Milano nell’estate 1910 e, nella sua prima stagione con la maglia del Milan, colleziona 19 reti in 16 partite. Dotato di un gran dribbiling, possiede un ottimo fiuto del gol ed è un cecchino sotto porta. Descritto da Emilio Colombo di Sport Illustrato come “un volto pallido, gentile, su cui sembra diffusa una tristezza vaga“, viene soprannominato dai tifosi Il pallido saettante. I suoi numeri sono da capogiro: 17 gol in 18 partite nel 1911-1912, 18 reti in 17 gare l’anno successivo e 21 in 17 presenze nel 1913-1914.  Ciò che i tifosi apprezzano più di lui, però, è l’amore per i colori rossoneri: sempre preciso e puntuale, è il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andarsene. Secondo la leggenda, una volta finito il lavoro in ufficio, Van Hege era solito correre, elegante, in giacca e cravatta, fino al campo dell’Acquabella, inseguendo il tram. Grazie a lui e al suo talento, il Milan diventa uno dei club più prestigiosi a livello Europeo, venendo invitato a diverse amichevoli continentali. Lascerà il club dopo 5 stagioni, povere di trofei, ma con 98 reti in 91 presenze. Numeri alla mano, parliamo di una media di 1,07 gol a partita e di 1 gol ogni 84 minuti. Van Hege, infatti, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, è costretto a tornare in patria per vestire la divisa dell’esercito belga e a lasciare a malincuore Milano e il Milan, che lo avevano accolto con tanto amore. Tornato in Italia in diverse occasioni negli anni a venire, con la maglia dell’Anderlecht e della Nazionale, verrà sempre accolto con immenso affetto dai tifosi rossoneri, che lo porteranno nel cuore sino alla sua morte, nel 1975.

 

Andrea Fabris (@andreafabris96)

 

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