Storie dall’Inferno: Il Barone che si innamorò dell’Italia

by Andrea Fabris | 11 Febbraio 2019

Cari amici di L’Oracolo Rossonero, bentrovati con una nuova puntata di Storie dall’Inferno – Le Origini. Dopo aver approfondito la nostra conoscenza del Professore, oggi, ci dedicheremo all’ultimo terzo del Gre-No-Li, quella che è stata una delle figure più importanti della storia del Milan e del calcio italiano del Novecento, il Barone, Nils Liedholm.

 

Nils Liedholm (1992-2007)

 

Risultati immagini per Liedholm milan“Ci sono giocatori che vanno verso il pallone, quasi tutti. E ci sono palloni che vanno dai giocatori. Succede solo ai più bravi.”

(Nils Liedholm)

La nostra storia comincia la notte del 10 giugno 1949. A Norrkoping, il Milan ha perso 3-2 un’amichevole di fine stagione e, alla fine del match, il vicepresidente Busin e il segretario Giannotti – già protagonisti della trattativa Ploger – incontrano Nils Liedholm, per convincerlo a vestire di rossonero.

Liedholm è nato nel 1922 a a Valdemarsvik, cittadina svedese che oggi conta 9000 anime. Fare il contadino, qui, significa essere libero e ricco, avere un contatto privilegiato con la stupenda natura. E fare il contadino era appunto il sogno del piccolo Nils, perché pensare di vivere di solo calcio non era possibile nella Svezia di quegli anni.
Suo padre invece lo voleva impiegato nello studio di un avvocato, a occuparsi di tasse: sarebbe stato orgoglioso di poter aver in casa un futuro esperto fiscale. Il giovane Nils si dovette rompere una gamba per dimostragli che sognava l’irrealizzabile. Di sera si allenava con i campioni di Bandy, una sorta di hockey su ghiaccio violentissimo. Dagli scontri usciva pesto e sanguinante spesso e volentieri. Così si rafforza il fisico, il fiato invece lo accumula con i fondisti dello sci. E la mattina presto subito al campo: due ore di porta a porta palla al piede, a velocità sostenuta, intervallata da scatti violenti.  Tanto sport e tanti sport, ma il calcio resta al primo posto. A 16 anni gioca già titolare nella squadra del paese. Quattro anni più tardi si trasferisce all’IK Sleipner, poi il salto nel Ifk Norrkoeping. Presto la nazionale s’accorge di quel giovanotto alto e dinoccolato, che si muove instancabilmente per tutto il campo. Nel 1948, diviene una colonna portante della Nazionale svedese campione olimpica, consacrandosi sulla scena internazionale.

Ma torniamo a quelle notte di giugno del 1949: Liedholm rifiuta la proposta rossonera, non volendo lasciare un posto sicuro da contabile e le abitudini svedesi. Tuttavia, i dirigenti rossoneri non si arrendono e, dopo aver convocato il tecnico Laios Czeizler, Gunnar Nordahl e sua moglie nella stanza, verso le 5.00 del mattino, Busin riesce a staccare il sì del centrocampista, che viene acquistato per 12 milioni di Lire.

Liedholm è un calciatore elegante e raffinato come pochi ce ne sono stati nella storia del calcio, al punto che venne soprannominato da tutti “Il Barone“. Mai una reazione scomposta, mai un errore e una fascia da capitano che, al Milan, porterà per anni con eleganza.  Un altro soprannome che gli verrà affibbiato in Italia dal grande Gianni Brera e “Zapotek“, come il grande atleta cecoslovacco che alle Olimpiadi di Helsinki 1952 vinse 5.000, 10.000 metri e maratona. E’ uno di quei calciatori leggendari attorno a cui si raccolgono di versi aneddoti. Ad esempio, si racconta che, una volta, San Siro scoppi in una clamorosa ovazione per lui, poiché, dopo anni, per la prima volta in maglia rossonera, sbagliò un passaggio. Oppure, è lui stesso a raccontarne alcuni: “Una volta ho tirato così forte che la palla, dopo aver colpito la traversa, è tornata nella nostra metacampo.” Immagine correlata

Con la maglia del Milan, Liedholm gioca per 12 stagioni, collezionando 294 presenze, 89 reti, 4 Scudetti e 2 Coppe Latine.  Quando venne in Italia nel 1949, Liedholm prospettava di restare in Italia per 2 anni, ma non sapeva ancora che, in realtà, poi, si sarebbe innamorato del Bel Paese. Ritiratosi nel 1961 – non prima di aver istruito bene gente come Giovanni Trapattoni, Gianni Rivera e Cesare Maldini – si iscrive al corso allenatori, entrando nel settore giovanile del Milan. Nel 1964, però, deve già sostituire l’argentino Carniglia alla guida della prima squadra, chiudendo la stagione al terzo posto. Nelle due stagioni successive, prima, perde lo Scudetto perché costretto dal presidente Felice Riva a schierare un tutt’altro che in forma Josè Altafini, poi, perde il posto poiché costretto a letto da un’epatite virale. Nel 1967, quindi, viene chiamato dal Verona, che rischia il tracollo in Serie C, ma riesce a salvarlo. La stessa cosa, si ripete l’anno dopo a Monza. Nel 1970, poi, guida il Varese alla promozione in Serie A lanciando, fra gli altri, un certo Roberto Bettega. La scena si ripete a Firenze dove, per due stagioni, con la Fiorentina, culla un campione come Giancarlo Antognoni. Nel 1973, Liedholm inizia la prima delle sue quattro esperienze romaniste ma, dopo 4 stagioni, il richiamo del Milan è troppo forte.

Infatti, dopo aver ricostruito un ambiente devastato dalla stagione precedente, che aveva visto i Rossoneri in piena lotta salvezza, Liddas riesce a riottenere la fiducia di Gianni Rivera, e si inventa Roberto Bigon e Aldo Maldera, che saranno due protagonisti assoluti della lotta Scudetto nel 1979 contro il Perugia di Ilario Castagner, che vedrà i Rossoneri conquistare la Stella. Rifiutato un prolungamento di soli dodici mesi, il Barone torna a Roma dove, con l’arrivo di Falcao, il presidente punta a far diventare i Giallorossi una grande squadra. In 5 anni, la sua Roma gioca divinamente e lui vince 3 Coppe Italia, 1 Scudetto e perde una finale di Coppa dei Campioni ai rigori contro il Liverpool.  Fra le sue scoperte, anche quella di Carlo Ancelotti.

Liedholm torna poi al Milan negli ultimi anni della presidenza Farina, prima dell’arrivo di Silvio Berlusconi, che vorrebbe averlo nel quadro dirigenziale. Tuttavia, Liddas sentiva di avere ancora molto da dare, perciò decise di tornare a Roma, dove però viene esonerato malamente. Dopo due anni di inattività, è il Verona a richiamarlo ma, anche qui, i risultati non sono quelli sperati. Viene infine richiamato dalla Roma nel 1997 ma, dopo 8 partite, lascia il posto a Zeman, diventando consigliere del club giallorosso, incarico che ricopre fino al 2002.

Risultati immagini per Liedholm milanMemorabili, comunque, le sue decine di frasi entrate nell’immaginario collettivo, con cui spesso sdrammatizzava al termine delle gare come “Il possesso di palla è fondamentale: se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol”, oppure “Si gioca meglio in dieci contro undici” o “È meglio un asino zoppo che un cavallo sano” o, infine, “io schiero la mia squadra in modo perfetto. Il problema è che quando l’arbitro fischia l’inizio della partita i giocatori si muovono.”

Nils Liedholm ci ha lasciato il 5 novembre 2007 a 85 anni, ma resterà sempre un esempio irripetibile di un calcio e un di mondo che non c’è più. Maestro non solo di calcio e pieno di qualità impareggiabili: sicuramente sapienza e arguzia, aggiunte alla capacità di sdrammatizzare anche le situazioni più delicate.

Per ricordarlo, penso non ci siano migliori parole di quelle usate dal giornalista Gigi Garanzini: “La volta che a San Siro scoppiò un grande applauso perché finalmente, dopo anni, aveva sbagliato un passaggio. O quell’altra che da fuori area colpì la traversa così forte, ma così forte, che il pallone rimbalzò oltre la metà campo e il Milan rischiò di prender gol in contropiede. Quante razioni di buonumore, caro vecchio Nils, e quante lezioni di calcio, in campo e fuori. Con quella maschera alla Buster Keaton e quell’italiano sussurrato che nemmeno dopo cinquant’anni e passa di residenza contemplava i verbi ausiliari e certe consonanti: loro abastansa bene; noi jocato melio. Un signore prima che un campione. Un educatore prima che un allenatore.”

 

Andrea Fabris (@andreafabris96)

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